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In questo capitolo si riportano le citazioni, su Palma e la sua arte, che si ritengono più rilevanti ed interessanti; bisogna tener presente che, i testi degli studiosi d’arte, hanno cominciato ad essere scritti e pubblicati solo a partire dal 1548, vale a dire 20 anni dopo la sua morte.

Paolo Pino

Pino è stato un pittore e letterato veneziano, attivo in laguna tra la 4a e la 7a decade del ‘500, di cui non si conosce, né la data di nascita, né quella di morte.

Nel suo ‘Dialogo di Pittura’, del 1548, Palma viene citato, per la prima volta in un testo letterario, all’inizio dell’elenco di 36 “valenti pittori”; tra questi l’autore considera che, Michelangelo e Tiziano, siano la massima espressione: ”Lasciamo il Peruggino, Giotto fiorentino, Rafaello d’Urbino, Leonardo Vinci, Andrea Mantegna, Giovan Bellino, Alberto Duro, Georgione, l’altro peruggino, Ambrosio mellanese, Giacobo Palma,……”

Marcantonio Michiel

Il primo documento, in cui vengono citate le opere di Palma, è quello redatto, nel corso di circa 30 anni (dal 1512 al 1543), dal collezionista d’arte e letterato Marcantonio Michiel, nato nel 1484 a Venezia, dove pure morì nel 1552.

In questo manoscritto, in cui vengono descritte, tra quelle situate a Venezia, le collezioni di alcune delle più importanti famiglie patrizie, oltre ad informarci che Palma fosse bergamasco, e non veneziano come scriverà successivamente il Vasari, vengono citati sette suoi dipinti.

Per comprendere se questo è un dato rilevante, basti dire che di Tiziano sono citate solo 4 opere, di Lotto una, e di Sebastiano Luciani (o del Piombo) e del Pordenone, nessuna.

Nel 1512, presso l’abitazione di Francesco Zio: “La tela del Cristo, che assolve l’adultera, fu de mano de Iacomo Palma. La tela dell’Adamo & Eva fu dell’istesso. La Ninfa nella porta della camera fu de mano dell’istesso Iacomo”.

Nel 1525, presso l’abitazione di Girolamo Marcello: ”La tela della Donna insino al cinto, che tiene in la mano destra el liuto, e la sinistra sotto la testa, fu de Iacomo Palma”; mentre, nell’abitazione di Taddeo Contarini: ” El quadro de…. fu de man de Iacomo Palma Bergamasco. El quadro delle tre donne retratte dal naturale insino al cinto fu de man del Palma”.

Infine, nel 1532, presso l’abitazione di Andrea Odoni: “El quadro delle due mezze figure d’una giovine e una vecchia da driedo, a oglio, fu de man de Iacomo Palma. La Cerere nella porta a mezza scala fu de mano de Iacomo Palma, & è quella avea Francesco Zio nella porta della sua camera”.

Giorgio Vasari

Pittore, architetto e scrittore, con le sue due pubblicazioni de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori si può dire che abbia dato inizio alla storia dell’arte; nato ad Arezzo nel 1511 e morto a Firenze nel 1574.

A Palma dedica un capitolo in entrambe le edizioni della sua opera letteraria; nella seconda in coabitazione con Lotto.

Egli cita pochissimi dipinti, tre nella Torrentiniana (1550) e sei nella Giuntina (1568), di cui 4 pale, eppure di due di questi fa lodi sperticate e inusuali, data la sua non eccelsa simpatia per i pittori della scuola veneta; dobbiamo del resto ricordare che, quando egli arriva a Venezia, Palma è già morto da parecchi anni e quindi non lo ha potuto conoscere personalmente.

Della sua arte afferma che: ”fu si pulito, e si diligente, e con le fatiche si sommessibile in tale arte che le cose sue, se non tutte, almeno il più di quelle hanno del buono, nel contraffare molto il vivo et il naturale ne gli uomini.

Inoltre: “Fu il Palma molto più nei colori unito, sfumato e paziente, che gagliardo nel disegno, e quegli maneggiò con grazia e pulitezza grandissima, come si vede in Venegia in molti quadri e ritratti che fece a diversi gentiluomini”.           

Le due opere esaltate sono: la ‘Burrasca infernale’, dipinta da Palma per la Scuola Grande di San Marco, e un autoritratto, ora esposto a Monaco di Baviera con l’attribuzione a Giorgione.

A riguardo della prima opera, lasciata parzialmente incompiuta per il sopraggiungere della propria morte e terminata da Paris Bordon, la esalta in questi termini: ”Fece oltre ciò il Palma, …, una bellissima storia, nella quale è dipinta una nave che conduce il corpo di San Marco a Vinezia: nella quale si vede finto dal Palma una orribile tempesta di mare et alcune barche combattute dalla furia de’ venti.
Insomma quest’opera, per vero dire, è tale e sì bella per invenzione e per altro, che pare quasi impossibile che colore o pennello adoperati da mani anco eccellenti, possino esprimere alcuna cosa più simile al vero o più naturale, atteso che in essa si vede la furia de’ venti, la forza e destrezza degl’uomini, il moversi dell’onde, i lampi e baleni del cielo, l’acqua rotta dai remi e i remi piegati dall’onde e dalla forza de’ vogadori. Che più? Io per me non mi ricordo aver mai veduto la più orrenda pittura di quella, essendo talmente condotta, e con tanta osservanza nel disegno, nell’invenzione e nel colorito, che pare che tremi la tavola, come tutto quello che vi è dipinto fusse vero. Per la quale opera merita Iacopo Palma grandissima lode, e di essere annoverato fra quegli che posseggono l’arte et hanno in poter loro facultà d’esprimere nelle pitture le difficultà dei loro concetti”.
Per finire: “…a molti pittori vien fatto nel primo abbozzare l’opera, come guidati da un certo forore, qualche cosa di buono e qualche fierezza, che vien poi levata nel finire e tolto via quel buono che vi aveva posto il furore. … Là dove costui stette sempre saldo nel medesimo proposito, e condusse a perfezzione il suo concetto, che gli fu allora, e sarà sempre, infinitamente lodato.

Quanto all’autoritratto, Vasari in entrambe le edizioni esprime un giudizio che più positivo non può essere; infatti, oltre a dirci che tutti i suoi dipinti erano molto apprezzati, scrive: “ Ma senza dubbio, come che molte siano e molto stimate tutte l’opere di costui, quella di tutte l’altre è migliore e certo stupendissima, dove ritrasse, guardandosi in una spera, se stesso di naturale, con alcune pelli di camello intorno a certi ciuffi di capegli tanto vivamente che non si può meglio immaginare; perciò che poté tanto lo spirito del Palma in questa cosa particolare, che egli la fece miracolosissima e fuor di modo bella, come afferma ognuno, vedendosi ella quasi ogni anno nella mostra dell’Ascensione. Et invero ella merita di essere celebrata per disegno, per artificio e per colorito, et insomma per essere di tutta perfezzione, più che qual si voglia altra opera che da pittore viniziano fusse stata insino a quel tempo lavorata; perché, oltre all’altre cose, vi si vede dentro un girar d’occhi sì fatto che Lionardo da Vinci e Michelagnolo Buonarroti non averebbono altrimenti operato. Ma è meglio tacere la grazia, la gravità e l’altre parti che in questo ritratto si veggono, perché non si può tanto dire della sua perfezzione, che più non meriti. E se la sorte avessi voluto che il Palma, dopo quest’opera, si fusse morto, egli solo portava il vanto d’aver passato tutti coloro che noi celebriamo per ingegni rari e divini”.

Francesco Sansovino

Poligrafo; nato nel 1521 a Roma e morto nel 1583 a Venezia.

 

 

Nella sua opera letteraria più famosa ‘Venetia, città nobilissima et singolare’, egli cita alcune opere di Palma, situate nelle varie chiese veneziane; così come ci dice che, nella casa del senatore Lorenzo Delfino, ci sono “preziosissimi quadri, e in gran numero, dei più pregiati pittori”, tra i quali nomina Palma.

Inoltre riferisce alcune importanti notizie biografiche: che Palma fu maestro di Bonifacio de’ Pitati, conosciuto come Bonifacio Veronese; così come dei rapporti di amicizia dell’artista con la famiglia patrizia Priuli; infatti scrive:  “Il palazzo di Francesco de’ Priuli Procurator di San Marco, dove si conservano pitture illustri di Iacomo Palma Vecchio, il quale favorito da questa casa, non solamente fu trattenuto da lei, ma vi habito lungamente, e l’ornò di quadri molto singolari”.

Giovanni Paolo Lomazzo

Pittore e scrittore d’arte; nato nel 1538 e morto nel 1592 a Milano.

Nella sua opera letteraria ‘Trattato dell’arte e della pittura, scoltura et architettura’, del 1584, così scrive: “Nelle femmine maggiormente và osservato con esquisita diligenza la bellezza, levando quanto si può con l’arte gli errori della natura; & così imitar i poeti quando cantano inverso le lodi loro … & alle femmine che si ritranno si può comprendere né ritratti fatti da gl’eccellenti pittori … Fra quali si veggono quelli che ne ritrarle sono stati mirabili come il Palma.

Carlo Ridolfi

Pittore e scrittore, il cui vero cognome era Sartor; nato a Lonigo (VI) nel 1594 e morto nel 1658 a Venezia.

Nelle sue “Le Maraviglie dell’arte”, del 1648, fornisce alcune interessanti informazioni: innanzitutto che Palma era nativo di Serina; inoltre, che impiegava molto tempo a portare a termine un’opera perché le ritoccava a lungo; che la maggior parte dei suoi dipinti era commissionata da privati, molti dei quali acquistati da “forestieri” e che il suo modo di dipingere (“per lo finimento e delicatezza”) rendeva apprezzabili le sue opere, in particolar modo se viste da vicino, tanto che erano desiderate da tutti.

Infine mette in risalto la sua capacità nell’uso dei colori e, come già il Vasari, ed in seguito il Boschini, la sua peculiarità nel saper rendere naturale tutto ciò che dipingeva, usando parole inequivocabili e dando un giudizio sperticato per la sua arte: “… Jacopo Palma il vecchio, la bellezza delle cui opere con perpetuo grido si è diffusa per ogni luogo; e fu quegli, che sfidando a certame la natura stessa, ottenne glorioso di quella la palma, onde se ne fregiò il nome in segno di vittoria….; non produssero giammai le murici così preziosi colori, né di più bel candore biancheggiarono i gigli, né d’azzurro più fino si rivestì il cielo, che pareggiasse la freschezza delle carni e la vaghezza de’ panni da lui dipinti; sicché la natura stessa ammirò nelle pitture dell’emulo suo le maraviglie più rare da lei prodotte. Le opere di questo egregio e raro artefice furono decretate per la tromba della Fama all’Eternità, onde sopra di lui non avrà giammai ragione l’oblio.

Marco Boschini

Commerciante, pittore, incisore e scrittore, ma soprattutto colui che è stato considerato, da Roberto Longhi, il più grande studioso d’arte del ‘600; nacque a Venezia nel 1613, mentre la data della morte non è certa.

Nella sua opera ‘La Carta del Navegar Pitoresco’, del 1660, descrivendo la pittura veneta come una nave, tra i pittori che avrebbero contribuito alla sua grandezza, dà a Tiziano il ruolo di capo ammiraglio e a Palma quello di suo primo assistente e consigliere; infatti scrive:

Ticiano vero armiragio dela Pitura; Palma so conserger e assistente”; aggiungendo poi che: “Palma Vecchio l’ha impalmada azzò che la scora più veloce” (Palma il Vecchio ha rivestita la nave d’uno strato di grasso di palma, così che possa viaggiare più velocemente).

Inoltre esalta, come già visto da parte del Vasari, il realismo delle sue opere: “Le bele idee de sto divin Pitor Incanta de tal forte l’ochio human, Che propriamente par sentir la man Ferirme de Cupido in peto el cuor.”

E ancora: “El vechio Palma porterà la gloriá Del bel depenzer sangue, e carne vera; E’l vederemo a despiegar bandiera, Per haver consegui piena vitoria”.

Di fronte alla pala dell’Epifania, in sant’Elena, scrive poi: ”El Palma xé imortal;….Gran stupor! A chi vede ste piture/ Ghe par de veder carne, vita e senso”.

Di una sacra conversazione, purtroppo andata perduta, annota: “Ma ghe xè un’altro quadro venerando, Forse tra i più famosi el più famoso. Fruto de stà gran PALMA glorioso; Virtù de quel penel sì memorando. Ghe xè Maria, ghe xè Giesù bambin ; Ghè Sant’Ifepo , e’l Precursor de Christo….Ma l’idea de Maria , nostra Signora D’imensa gravità, tuta esemplar, Ogni fidel Christian fà inamorar ; E chi la vede in zenochion l’adora . Quando un Prencipe ariva in sta Cità Subito l’è introduto a sta Cita
Per concludere: “El Palma vechio fa le so’ figure/Che sempre incorutibile respira:/Virtù, che in la Natura no’ s’amira./Tal che l’è sempre vive, e no piture./E questo avien, perche del so’ valor/Aromati deriva, sì ecelenti,/Che imbalsama i so’ quadri, e i fa viventi;/Cose da Semideo, nò da Pitor.

Infine, nell’opera ‘Le Ricche Minere della Pittura Veneziana’, del 1674, descrive le specificità dell’arte di Palma ed esalta la sua originalità: “Questo singolar Pittore ha avuto un tocco di pennello d’esquisita finitezza, unito a morbidezza di colorito, di vera carne naturale, che si può dire con verità che niuno abbia unita la diligenza e la tenerezza com’egli che fu unico Maestro….di modo che si può dire che in lui fosse una perfezione non ordinaria, mentre ogni sua cosa può chiamarsi una rarità.

Jean-Baptiste Boyer Marchese d’Argens

Filosofo e letterato; nato a Aix-en-Provence nel 1704 e morto a Tolone nel 1771.

Nella sua opera Réflexions critiques sur les différentes écoles de peinture’ (Riflessioni critiche sulle differenti scuole di pittura), del 1752, Palma viene inserito, dall’autore, nella lista di una ventina tra i migliori pittori italiani del XVI e del XVII secolo, suddivisi nelle varie scuole (Raffaello, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Giulio Romano, Andrea del Sarto, Pietro da Cortona, Carlo Maratta, Tiziano, Tintoretto, Paolo Veronese, Palma il Vecchio, Palma il Giovane, Correggio, Parmigianino, Annibale Carracci, Domenichino, Caravaggio, Guido Reni, Giovanni Lanfranco), che il Marchese d’Argens osa confrontare con altrettanti pittori francesi; alla tesi del Marchese, secondo cui i pittori francesi sarebbero migliori di quelli italiani, risponderà Ridolfino Venuti con la sua ‘Risposta alle Reflessioni critiche’ (1755), per conto del Cardinale Valenti, dimostrando l’infondatezza di tale teoria.

Antoine Joseph Dezallier d’Argenville

Storico dell’arte e naturalista; nato a Parigi nel 1680 e ivi morto nel 1765.

Nella sua opera del 1745 ‘Abrégé de la vie des plus fameux peintres’ (Compendio della vita dei più illustri pittori), riprende parte dei giudizi espressi già dal Vasari, dal Boschini e dal Ridolfi.

Scrive infatti che Palma fosse più stimato per il suo uso dei colori che per la precisione del disegno; esalta il suo realismo, tanto che i suoi incarnati paiono vivi e non dipinti; infine che, la sua capacità di emulare la natura, lo portarono a meritarsi la palma della vittoria.

Esalta il dipinto della ‘Burrasca infernale’, dipinto per la Scuola Grande di San Marco, ritenendolo: “eccellente per l’invenzione, per il colore e per il realismo”; definisce poi la ‘Santa Barbara’, che si trova nella chiesa di Santa Maria Formosa, “inimitabile…tanto che non si può vedere nulla di più perfetto”.

Infine ci informa che il Re di Francia, tra altri dipinti di Palma, possiede una sua natività; dalla descrizione sembra essere quella oggi esposta al Louvre.
In tal caso avremmo l’identità della committente, che Palma dipinge accanto al bue, in sostituzione dell’asino; infatti il Dezaillier cita questo personaggio come: “la bella gioielliera”.

Anton Maria Zanetti

Bibliotecario, erudito, disegnatore e critico d’arte; nato nel 1706 e morto nel 1778 a Venezia.

Nella sua opera letteraria ‘Della pittura veneziana e delle opere pubbliche dei veneziani maestri’, edita nel 1771, scrive riguardo a Palma: “Fu questi uno squisito pittore. Dipinse con modo assai delicato e finito avendo con nuova e mirabile maniera unita la morbidezza alla finitezza che per l’addietro non mai insieme si vedettero. E se prima di lui ve ne furono de diligenti, non furono però così morbidi; e se ve ne furono di morbidi, non furono così attenti e accurati. Il suo pregio maggiore però fu l’espressione delle arie de’ volti che spirano divinità; particolarmente le immagini della Vergine e de’ Santi, de’ quali un buon numero ne dipinse, e che veramente invitano alla divozione e alla meraviglia.
Fu di più celebre ne’ ritratti, e infine con molte delle sue opere può tenere tra primi il suo posto. Fu di nobile idea, e di ottimi costumi dotato; e molto amato da tutti; terminò il corso di sua vita d’anni 48, lasciando al mondo glorioso il suo nome

Luigi Antonio Lanzi

Gesuita, archeologo e storico dell’arte; nato a Treia, in provincia di Macerata, nel 1732 e morto a Firenze nel 1810.

Nella sua opera ‘Storia pittorica d’Italia’ del 1809, riguardo a Palma, pur citando solo quattro dipinti e dimostrando di far riferimento soprattutto ai giudizi di altri studiosi, riguardo alla sua arte scrive:

Il carattere generale delle sue fatture è la diligenza, la finitezza, l’unione delle tinte, sicché non vi si conosce talora colpo di pennello…. Ma il volgo dei conoscitori, che ignora i lor nomi, tosto ché vegga una maniera che tiene il mezzo fra il secco di Giovanni Bellini e il pastoso di Tiziano non nomina altri che il Palma; particolarmente ove trova volti ben ritondati e ben coloriti, paese tocco con diligenza, color di rosa ne’ vestiti, frequentato più che il sanguigno. Così il Palma è in bocca di tutti; e gli altri, che son pur molti, non si rammentano se non quando alla pittura soscrissero il nome loro.”

Pietro Selvatico

Architetto e storico dell’arte; nato a Padova nel 1803 e ivi morto nel 1880.

Nella sua opera più famosa ‘Storia estetico-critica delle arti del disegno’, egli, seguendo le teorie del tempo, considera Palma un allievo di Giorgione e Tiziano (ritenendo quest’ultimo nativo nel 1477, mentre oggi tutti convengono che tale data sia da posticipare di 11-13 anni).
Fra i molti loro allievi, egli mette al primo posto proprio Palma; infatti scrive:

Primo fra questi discepoli, che, anche imitando, arrivarono ad originalità, è da essere posto Jacopo Palma detto il Seniore”.
Per poi proseguire: “Nato Jacopo a Serinalta, borgata del Bergamasco, venne giovanetto a Venezia,….Così si fece un artista che in certe prerogative supera gli esemplari e gli emuli”.

Egli tesse le lodi di quattro dipinti, ma soprattutto di due pale: “E questi pregi trionfano anche nella pala che sta in S. Stefano di Vicenza, ove il sommo artista seppe appaiare l’esatta rappresentazione del vero con una grandiosità di masse e una dolcezza di colorito, che si rinviene in poche opere de’ contemporanei”.

In nessuno però de’ suoi dipinti fu tanto grande, quanto nella figura di santa Barbara a S. Maria Formosa qui in Venezia. Tutto quanto può esigersi dall’arte è raggiunto in quell’avvenente e matronale persona.
Dignitosa la posa, severi e dolci ad un tempo i lineamenti, squisitamente disegnati e l’insieme e le estremità e le pieghe, chiaroscuro con somma intelligenza disposto, larga e decisa distribuzione de’ piani, colore energico, intonato, degradatissimo, fanno, a parer mio, di questa Santa la più bella figura isolata che si vegga dipinta in Venezia”.

Ecco il suo giudizio finale: “Io non so chi abbia eguagliato il Palma nel mantenere tanta precisione e correttezza di contorno con un colore sì grasso e sì polposo”.

Conclude infine col non comprendere i motivi che portano a considerare Palma inferiore a Giorgione e Tiziano, ravvisandoli solo nel fatto di non aver potuto contare sull’apporto di agiografi che abbiano esaltato la sua arte.
Infatti si domanda: “Sarebbe mai che in sua lode non suonarono la tromba nè l’Aretino, nè il Dolce, nè l’Ariosto, e poco disse il Vasari, e quanti erano allora i pubblici turiboli che, dispensando l’incenso dinanzi ai loro protetti, ne comandavano ai  contemporanei ed ai futuri l’ammirazione?”.

Giovanni Morelli

Storico dell’arte; nato a Verona nel 1816 e morto a Milano nel 1891.

Nell’opera letteraria Le opere dei maestri italiani nelle gallerie dei musei di Monaco, di Dresda e di Berlino’, del 1880, scrive di Palma in questi termini: “Comunque sia, il Palma, come pittore, è veneziano, ma come artista è un Bergamasco fattosi Veneziano, perché, nonostante la sua educazione artistica nella città delle lagune, non poté mai smentire la sua natura di montanaro nelle sue opere”.

In disaccordo con la posizione di Cavalcaselle che, come vedremo, nove anni prima aveva attribuito a Palma un ruolo notevole e determinante nell’ambito della scuola veneziana, e facendo partire l’attività artistica del maestro solo dal 1508, si limita a riconoscergli la primazia solamente in ambito bergamasco; infatti scrive che egli è: ”…senza dubbio il più famoso di tutti i Bergamaschi ed egli merita davvero questa reputazione”.

 

Jacob Burckhardt

Storico; nato a Basilea nel 1818 e ivi morto nel 1897.

Nei suoi saggi, scritti tra il 1885 ed il 1893 e raggruppati in un testo intitolato ‘La pittura italiana del Rinascimento’, mostra di avere una considerazione notevole di Palma, inserendolo tra i grandi artisti ed accreditandogli il merito di alcune invenzioni, che contraddistinguono la scuola veneta rispetto alle altre, o ritenendolo, nell’ambito della stessa, il primo a sperimentare certe innovazioni.

A lui, infatti, fa risalire l’invenzione dei ritratti a grandezza naturale o addirittura maggiore e l’aver saputo promuovere i modelli femminili al rango superiore di Belle, la cui loro magia raggiunge l’idealità più alta; una creazione, questa, tutta veneziana, che divenne un vero e proprio genere pittorico.

Per quanto riguarda i ritratti a grandezza naturale, egli afferma: “Palma il Vecchio impose con tutta la sua forza la grandezza naturale nella rappresentazione dei dipinti votivi nei ritratti dei committenti, mentre nel suo autoritratto potente (Pinacoteca Monaco) con la pelliccia sulle spalle e lo sguardo volto indietro, egli giunse perfino a superare tale proporzione. Si tratta di una vera e propria dichiarazione di principio, in quanto fu solo Palma il Vecchio il responsabile di una simile decisione. Perfino i suoi ritratti femminili in abiti eleganti e più d’uno dei suoi ritratti ideali, vale a dire la ‘Bella’ veneziana, superano la grandezza naturale”.

Nell’ambito del genere del ritratto egli ritiene che, a Venezia, i risultati più alti furono raggiunti, oltre che da Giorgione e Tiziano, da Palma che “conferì al ritratto il suo aspetto più nobile nei dipinti di devozione domestica, promuovendo inoltre i modelli femminili al rango superiore di Belle”; sostenendo inoltre che: “Soltanto quando Giorgione era morto da tempo (1511) e Palma era già scomparso (1528), Tiziano cominciò ad acquistare la sua fama grandissima”.

Nell’ambito del genere, tutto veneziano, delle ‘Belle’, egli ritiene che sia un esercizio inutile fare ipotesi su chi fossero le donne effigiate; infatti: “Ogni amante dell’arte dovrebbe in realtà sapere che un grande maestro può dar forma anche a modelli che presentano soltanto l’essenzialità della bellezza e che, pur non avendo altro fascino, diventano tuttavia sotto la mano di simili maestri delle creazioni incantevoli..…..un semplice sguardo alla  Bella di Palma o alla Flora di Tiziano, basta per rendere vana tale distinzione, in quanto qui si presenta il dominio libero e completo dell’arte somma”.
Infatti, di fronte al suddetto dipinto di Palma: “…  ci si domanderà sempre se in ciò che vediamo sia da riconoscere un carattere reale oppure una creazione grande e ideale di Palma, e se il costume, disposto in maniera così bella, non sia stato ideato dall’artista”. 

Giovanni Battista Cavalcaselle

Biografo, storico dell’arte, pittore, scrittore; nasce a Legnago (VR) nel 1819 e muore a Roma nel 1897.

Ritenuto uno dei più grandi storici e critici d’arte del XIX secolo e, da qualcuno, definito: ”Il più curioso, il più intrepido, il più appassionato di tutti gli affamati di pittura”, nella sua opera ‘Storia pittorica dell’Italia’, del 1871, scrive che: Palma condivise con Giorgione e Tiziano l’onore di modernizzare e rigenerare l’arte veneziana”. 

Oltre a considerare Palma il maggiore interprete della scuola veneto-bergamasca, di cui ritiene faccia parte pure Lotto, ritiene che: “le sue opere meritano quella rinomanza che si da al Giorgione”.
Pensa, anzi, che la sua arte venga subito dopo quella di Tiziano e preceda quella del Pordenone, dal momento che questa, pur essendo superiore per impetuosità, forza e movimento, tuttavia è meno equilibrata, dignitosa, nobile ed elegante.

Inoltre, secondo Cavalcaselle, Palma rappresenta l’emblema del connubio tra due tradizioni culturali diverse: quella lombarda, con la predilezione del maestro al naturalismo, e quella veneta, improntata all’idealismo, che egli mette in mostra soprattutto nei ritratti femminili; egli, insomma, sa proporre uno stile tutto suo, inconfondibile, in cui troviamo tanto la “delicatezza” quanto “carne vera”, come molti esperti avevano già messo in evidenza.

Secondo il critico veneziano, Palma, pur avendo attinto dall’arte di Giovanni Bellini, di Carpaccio e di Cima da Conegliano, sa essere più moderno di costoro; inoltre sa proporre ed inserire nell’arte veneta delle novità per cui, come già ricordato, gli fanno dire che, assieme a Giorgione e Tiziano, ha contribuito a rigenerare la pittura veneta.  

Egli ritiene pure che: “… non v’è forse pittore che più di Palma sa sorprendere con la sua luce. In contrasto con la trasparenza madreperlacea dell’incarnato, particolarmente di quello femminile, la luminosità e la varietà cromatica delle vesti, smorzate per giustapposizione, sono piene di vivacità.”

Come già Boschini, esalta anch’egli l’originalità di Palma affermando: “Palma è pittore originale specialmente nel suo modo di colorire” e “contribuì alla formazione dell’arte moderna”; ma, soprattutto: Non vi è una linea e neppure un segno nelle sue opere che non rivelino lo spirito di uno che può pretendere sotto ogni riguardo di essere stato originale.

Esclude infine che egli possa essere stato allievo di Tiziano.

Ciò che egli apprezza di meno, dell’arte di Palma, è la tendenza a proporre un’umanità semplice, a volte pure contadina, che vede manifesta nell’Adamo conservato a Braunschweig; lo stesso dicasi per il suo naturalismo che rende le sue figure meno eleganti ed eroiche di quelle di Tiziano, così come la sua propensione al realismo, di derivazione lombarda, piuttosto che all’idealismo.

Elia Fornoni

Ingegnere, architetto e storico bergamasco; nato a Bergamo nel 1847 e ivi morto nel 1925.

Costui ha il grande merito di aver recuperato importanti documenti d’archivio riguardanti Palma.

Nel saggio del 1886, dal titolo ‘Palma il Vecchio. Notizie biografiche’ egli, dimostrando di condividere il pensiero di Pietro Selvatico, sostiene che: “La celebrità di questo distinto pittore non fu mai paragonabile al suo merito.

Più concorde con l’opinione di G.B. Cavalcaselle che con quella di Giovanni Morelli, a cui contesta diverse ipotesi da questi sostenute, nei manoscritti dei suoi studi, riguardanti i pittori bergamaschi, troviamo la seguente sua convinzione: “Generalmente si mette fra gli allievi di Giorgione e di Tiziano il nostro Palma, e lo si mette al loro fianco come terzo nella gloria della pittura veneta. Che egli meritasse l’onore di entrare nella triade gloriosa nessuno lo contesta; che poi egli sia allievo degli altri due oso metterlo in dubbio se non altro per una quistione di date”.

Inoltre, esprime il suo giudizio pure su quelle che ritiene le peculiarità dell’arte del maestro: “Quantunque il monumento più bello del Palma sia la sua Santa Barbara, pure la forza del suo talento non risiede nella pala d’altare, nelle grandi composizioni ricche di figure, ma negli idilli devoti che, se non da lui inventati, come qualcuno vorrebbero con lui il massimo splendore, egli brilla con queste sacre conversazioni con paesaggi ridenti. In queste infonde tutto il fascino del suo colorito vivo, armonicamente intonato, seguendo il gusto dei Veneziani, i quali vollero i martiri lasciati nelle chiese e nelle loro case amarono lo splendore e la gaiezza senza ricordo di martiri e patimenti”.

Conclude, infine, con la seguente convinzione: “Il Rosemberg osserva a ragione che la fama del Palma fu oscurata da quella del Tiziano in causa della lunga carriera che sorpassò di mezzo secolo quella del Palma e per le opere numerose lasciate, senza per altro essere più originale di lui”.

Adolfo Venturi

Storico dell’arte; nato a Modena nel 1856 e morto a Santa Margherita Ligure nel 1941.

Nella sua ‘Storia dell’Arte italiana’, del 1925, riferendosi a Palma scrive: “Nelle Sacre Conversazioni trova l’espressione più schietta del suo amore di campagnolo per la terra e per il sole, presentando i gruppi fioriti all’aperto, nella vita dei campi, nella frescura del verde. Egli zufola il canto pastorale nell’Arcadia delle valli bergamasche, raccogliendo intorno alla Vergine le belle donne figlie di Pomona, i vecchi San Giuseppe, adusti pastori vissuti con le mandrie sull’Alpe, i giovani Battista ricciuti che tengono la croce come la scure dei boscaioli. Anche i colori, che si stendono a festa, come sopra i più bei tappeti orientali, e squillano, e si espandono, riflettono una pace pasquale.

Giovanni Mariacher

Storico dell’arte; nato a Perugia nel 1912 e morto a Padova nel 1994.

Nella sua monografia ‘Palma il Vecchio’, scritta per la collana ‘Antichi pittori italiani’, in cui esclude, dalle opere di Palma, molti dipinti oggi considerati, da tutti, sicuramente autografi, termina la sua introduzione critica in questo modo: “Il Palma fu, in sostanza, nell’arte come nella vita, un gentile, mite uomo, piacente, soprattutto per via di quelle sue sgargianti orchestrazioni cromatiche. Dove sta infatti quella sua ‘diligentissima’ conoscenza del mestiere che tanto piacque ai vecchi critici, e quella onestà che è pur sempre propria degli spiriti eletti.

Cecile Gould

Conservatore e vicedirettore della National Gallery di Londra e autore di importanti studi sui pittori italiani del XVI secolo; nato a Londra nel 1918 e morto a Chard (Inghilterra) nel 1994.

Parlando del maestro serinese riconosce che: “ha uno stile profondamente personale che non può essere confuso con quello di qualunque altro pittore noto”.

Renzo Villa

Scrittore e storico dell’arte, nato a Torino nel 1948.

Nel volume edito per la prima mostra monografica sul maestro orobico, del 2015, ‘Palma il Vecchio Lo sguardo della Bellezza’, afferma: “Di Palma il tempo ha conservato almeno il sufficiente per comprenderne la grandezza e sicuramente per apprezzarne l’eccezionale abilità.”

In una precedente pubblicazione sostiene che: “Per apprezzare Palma bisogna vederlo, e soprattutto porlo a paragone dei suoi contemporanei; così la sua qualità pittorica, l’estrema abilità tecnica e la sagacia della tavolozza spiccano al meglio e ricevono senso e riconoscimento.”

Scrivendo poi del dipinto ‘Donna con il liuto’, su ‘La Rivista di Bergamo n.80’, ci offre questa bellissima descrizione: “Chi preferisce la visita alla ricchissima pinacoteca del Duca di Northumbria, rimane abbacinato, nel saloncino d’ingresso, dalla veste di lino candida, mossa, elegantissima e soffice di una giovane, lo sguardo immerso nel cielo distante, la destra a sostenere una testa dalla capigliatura fluente, lussuosa, di un biondo indefinibile. La fanciullaimmersa nel suo sogno ad occhi aperti è del tutto indifferente ad altri eventi.
Quell’attimo di pausa meditativa è stato colto dal pittore nella sua grazia intima e concentrata, per trattenere la meravigliosa tessitura della pelle, l’armonia del gesto, la superiore eleganza.
Il visitatore si rende conto di essere di fronte ad un’autentica epifania della pittura, e quando il suo sguardo si volge alle pure eccellenti tele che onorano la sala, a cominciare dal Ritratto del cardinale Georges d’Armagnac di Tiziano, sulla parete opposta, ne apprezza ovviamente l’altissima qualità; ma nessun particolare eguaglia quella camicia femminile, negligentemente spiegazzata, stesa con infinita sapienza di velature.
Una meraviglia che trattiene le luci del Nord e ci riporta ai riflessi di laguna, poiché fu il pennello di Iacopo Palma “il Vecchio” a trattenerli nel vibrato della tessitura”.

Infine, considerando disastrosi gli interventi di restauro, eseguiti sui dipinti di Palma nel XVII e XVIII secolo, ritiene che: “In definitiva il Palma a noi noto è drasticamente diverso da quello ammirato e stimato dai contemporanei per atmosfere e illusionismo.”   

Alessandro Ballarin

Critico d’arte; nato nel 1937.

Nella sua monografia su Palma, del 1965, sostiene che: “Se il Palma non fu uno di quei maestri capaci di assumersi fin dagli esordi la responsabilità di nuovi corsi storici, fu tuttavia capace di intuire il corso degli eventi, di parteciparvi con tempestività e, alla fine, di riuscire, se non protagonista, certamente comprimario della nuova maniera”.

In riferimento alle Sacre Conversazioni egli scrive: “Il Palma più noto è debitore di Tiziano; tuttavia, egli è troppo sinceramente poeta e troppo onestamente artigiano per non conquistarsi una spiccata autonomia poetica. Tiziano intende la S.C. come dialogo serrato, come azione, mentre Palma dà al tema una soluzione paesistica, come incontro di santi e sante all’aperto. I suoi cieli, colline e paesi non possono essere turbati da nessuna vicenda atmosferica, tanto meno dal tramonto infuocato di Tiziano”.

Quanto invece ai ritratti femminili, ed in particolare alle cosiddette ’Belle’, questo il suo giudizio: “Nella Suonatrice di liuto… è evidente, nel confronto con Tiziano, come nel Palma continuai a fruttificare l’esperienza giorgionesca nel ruolo che sempre ha la cornice paesaggistica, eppure non è tanto lo sviluppo morfologico del paesaggio, che anzi è limitato, ad evocare il sentimento di una siesta all’aperto nella cornice distensiva della natura, quanto il giro ampio e riposante dei profili mollemente arcuati che includono la posa della donna, lo spiegarsi delle cascate dei lini in ritagli di bianco sereno, senza ombra, il campo di un viso o di uno scollo dalla carnagione intatta. La meditazione su Tiziano, sulla sua straordinaria capacità di ricreare la realtà ad un grado più alto, ha determinato questo potenziamento delle possibilità fantastiche, evocative e quasi metaforiche, del linguaggio”.

Philip Rylands

Critico d’arte, oltreché, dal 2000 al 2016, direttore della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia; nato a Londra nel 1950.

Nello studio monografico ‘Palma il Vecchio L’opera completa’, del 1988, egli, come gran parte degli studiosi degli ultimi 70 anni, appare intento, non tanto a voler svelare la poetica di Palma, men che meno a comprendere i messaggi proposti dalle sue opere, quanto a mettere in evidenza i suoi supposti debiti nei confronti degli artisti a lui contemporanei e, in particolar modo, di Tiziano; per giustificare ciò, fa iniziare la sua attività artistica solo a partire dal 1510 e presentandolo come un artista poco originale.

Infatti ritiene che: ”La riutilizzazione di tipi, motivi e composizioni è un elemento fondamentale dell’opera di Palma, che lo distanzia da pittori quali Tiziano, Lotto o Pordenone, nell’opera dei quali è continuamente presente il ricorso all’originalità”; oppure: “Palma attribuiva all’originalità un valore assai meno rilevante che non i suoi contemporanei, quali Pordenone, Tiziano e Lotto”.

Tuttavia, lo studioso inglese conclude scrivendo: “….. (Palma) Non studiò mai il movimento come tale. Ciò nonostante raggiunse un elevatissimo grado di compiutezza. Nella pala d’altare di Vicenza la magnificenza dei colori e lo splendore dei tessuti, la giovanile nobiltà dei santi, la varietà non priva di controllo e l’attento equilibrio fanno della sua migliore opera forse l’esempio più tipicamente veneziano per il suo tempo che non lo stile cosmopolita di Tiziano”.

Giovanni Carlo Federico Villa

Storico dell’arte, autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e curatore, tra le altre, delle mostre alle Scuderie del Quirinale su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lotto, Tintoretto e Tiziano, oltre a quelle su Cima a Conegliano Veneto e Parigi, e su Palma a Bergamo; nato a Torino nel 1971.

Nel testo ‘Palma il Vecchio Lo sguardo della Bellezza’, del 2015, scrive: “Palma crea un modello di pittura nel segno della più pacata, serena e rasserenante, intima Bellezza ed è l’artista che, più ancora di Tiziano, raccoglie l’eredità tecnica di Giovanni Bellini e di Cima da Conegliano portandola, nel secondo e terzo decennio del Cinquecento, al massimo livello espressivo, con una raffinatezza di velature che rendono le sue delicatissime opere modelli di ombreggiature.”

Sostiene inoltre che Palma: “… è una delle figure più importanti dell’età d’oro della pittura veneziana.” e ci informa che: “Agli occhi dei restauratori moderni Palma si rivela come un pittore fra i più abili e affascinanti”.

In occasione della mostra di Bergamo, nel corso di una presentazione televisiva ha sostenuto che, a Venezia, Palma sia stato l’unico artista, nella seconda e terza decade del ‘500, ad essere in grado di tener testa a Tiziano ed ha affermato: “Palma il Vecchio, insieme a Giorgione e Tiziano, è certamente uno dei protagonisti della pittura italiana ed europea: è colui che ha il merito di rigenerare e modernizzare l’arte veneziana. Se nel ritratto Tiziano è monumentale e celebrativo, Palma crea un modello nuovo e differente, basato sul sentimento: la ritrattistica idealizzata delle nobildonne veneziane di Palma è la capacità dell’artista di cogliere in un formato monumentale il senso stesso della bellezza femminile, fatta di sguardi melanconici, di incarnati di porcellana, di gesti intimi, di abiti dalle stoffe abbondanti e preziose e di un sentimento verso la bellezza che è assolutamente in convergenza con la poesia di Ludovico Ariosto, di Sannazaro e di Ruzante. Anche nelle sacre conversazioni, Palma ha la capacità di raccontarci il sentimento dei santi e il dialogo interiore che questi instaurano con il paesaggio, portando a Venezia le valli della Bergamasca, le montagne della sua infanzia, e trasformando il paesaggio: non più un semplice sfondo accessorio, ma un riferimento emotivo, uno specchio dei sentimenti che muovono i protagonisti della sua pittura”.

Infine, in un’intervista  su L’Eco di Bergamo, del 2023, ha affermato che: “Palma è quell’artista che è stato capace di anticipare tante delle lezioni successive di Tiziano”.

Silvana Milesi

Giornalista professionista, curatrice di alcune mostre e autrice dei testi di 33 volumi della collana “Artisti bergamaschi”, tra cui numerose monografie, oltre a pubblicazioni di ricerca storico-culturale.

Nel testo ‘Palma il Vecchio La diligente tenerezza del colore’, del 2014, scrive:
…nelle sue Pale e nei Polittici non possiamo non riconoscere il radicamento profondo del suo sentimento religioso, appreso forse da bambino sulle ginocchia dei nonni e maturato con gli anni in una ragione aperta al sacro. E allora scorgeremo il sacro – che mai scinde il corpo dallo spirito – anche nella sensualità della mulier palmesca.

Sostiene inoltre che: “Non fu certo unico il Palma in quegli anni a dipingere conversazioni sacre, ma fu suo merito renderle più vicine agli uomini, diremmo più popolari, se ciò non sembrasse riduttivo. Ogni Conversazione una silente Omelia, parole derivate dalla comune radice latina, homilia. Omelie nella bellezza armoniosamente musicale della pittura, in una felicità tra parole dell’anima e silenzio, che chiama chi osserva a farne parte.”

Infine: “E’ nei ritratti che, al di là di ogni inevitabile – e reciproca – influenza con gli artisti del suo tempo e dei secoli passati, più si manifesta l’originalità di Palma il Vecchio.”

Citazioni in altri generi artistici

Per concludere, è importante ricordare come, incredibilmente, Palma sia stato citato o richiamato, in più occasioni, in opere artistiche di vario genere.

Infatti, soprattutto per merito dei suoi numerosi ritratti femminili, in cui il maestro non limitandosi a celebrare il casato o la ipotetica nobiltà delle effigiate, ma, grazie agli sguardi e alle pose fatte loro assumere, esalta la loro bellezza e avvenenza, oltreché il fascino e la sensualità propria di ogni donna, egli diventa ben presto un’icona.

A ciò ha contribuito pure il fatto che, a metà del XVII secolo, sia fiorita la leggenda che Palma avesse avuto una figlia bellissima, di nome Violante.

Il primo documento che ne fa cenno è del 1648, ed è una lettera in cui, un esperto d’arte, descrive al Cardinale Leopoldo de’ Medici, un ritratto femminile di Palma, ritenendolo quello della figlia Violante, di cui Tiziano si era innamorato.

Marco Boschini

Nel 1660  scrive, all’interno della sua ‘Carta del navegar pitoresco’, un sonetto in onore di “Viola o Violante”. 

Sebbene egli scriva: “Viola da una Palma partorida”, nessuno ha mai supposto che quanto scritto si riferisse alla bellezza del dipinto, ma è sempre stato inteso come la conferma che Palma avesse avuto una figlia di nome Violante, di cui pure Tiziano si diceva si fosse invaghito.

Eppure il Boschini nel proseguo spiega: “Pianta, che in do maniere partosisse frutti, che l’un, e l’altro è al par gustoso. Se naturali, ogn’un ghe ne goloso; se co’ i peneli, ogn’un se ne stupisse. O zogia veramente, e gran tesoro! Pitura fata con la Palma in man tegnuda in tanto pretio da Tician, che fango pareria le perle, e l’oro…

In poche parole Boschini ci dice che, tanto la pianta della palma, che l’artista Palma, generano frutti gustosi; di quelli dell’albero tutti ne sono golosi, mentre dei dipinti del pittore tutti se ne stupiscono.
Conclude, infine, con una esaltazione massima delle opere di quest’ultimo, affermando che sono una vera gioia e un gran tesoro; infatti, i dipinti di Palma sono tenuti in grande considerazione da Tiziano e, al confronto, le perle e l’oro sembrano fango. 

Il significato del testo è evidente, ma era sicuramente più intrigante far fiorire e mantenere in vita, fino ai nostri giorni, la leggenda di cui sopra.  

Sta di fatto che, il nome di Violante, da quel momento divenne l’emblema della bellezza femminile, tanto che si arrivò a definire, con questo nome, quasi tutti i ritratti femminili del rinascimento veneziano, e tanto il presunto padre, Palma, che l’ipotetica figlia, divennero i soggetti di numerose produzioni artistiche, sia di carattere musicale che letterario.

Aloys Weißenbach

Medico e scrittore austriaco, nato a Telfs nel 1766 e morto a Salisburgo nel 1821.

 

Nel 1809, a Vienna, viene rappresentata una sua tragedia, ‘La ghirlandaia della sposa’, ambientata a Venezia e, in cui, si racconta di un amore osteggiato tra il figlio del doge, Fernando, e Rosaura, figlia bellissima del pittore Palma.

Nel 1859 uno scrittore anonimo pubblicherà la stessa tragedia, riveduta, col titolo di ‘Palma Pittore ovvero la Donzella Veneta al Tribunale dei Tre’.

Ida Hahn-Hahn

Scrittrice tedesca, nata a Tressow nel 1805 e morta a Magonza nel 1880.

Nel 1840 pubblica alcuni scritti, in uno dei quali descrive l’amore, non ricambiato, del pittore Giorgione per la figlia di Palma, Violante, a causa della quale morirà di crepacuore.

Ci informa che la donna fosse tanto bella da posare, non solo per il padre, ma pure per Giorgione, Tiziano, Bonifacio Veronese, Paris Bordon e Paolo Veronese.

Nel 1855 anche la britannica Bessie Rayner Parkes riprende lo stesso tema e pubblica un’opera intitolata: ‘Giorgione and Violante’.

Arsène Houssaye

Scrittore, poeta e letterato francese, nato a Bruyères nel 1815 e morto a Parigi nel 1896)

Pubblica, nel 1851, un romanzo dal titolo ‘Voyage à ma fenetre’ in cui, nel capitolo ‘Le poème de Violante’ racconta come Palma scelga la propria bellissima figlia per raffigurare la Madonna in un suo dipinto, in modo da renderne immortale il ricordo.

Costei è talmente avvenente che, col suo canto e la sua bellezza fa innamorare tanto Giorgione che Tiziano, il quale la ritrae nelle vesti di una Venere, e, infine, pure Paolo Veronese.

Questo racconto divenne talmente popolare, che venne tradotto pure in italiano (1857), in inglese (1861) e in spagnolo (1907).

Antonio Fogazzaro

Romanziere, poeta e senatore, fu più volte tra i candidati al premio Nobel per la letteratura; nato a Vicenza nel 1842 e ivi morto nel 1911.

 

Nel campo della letteratura italiana, troviamo Fogazzaro  che, nel suo romanzo ‘Malombra’ (1881), dedica all’arte di Palma l’inizio del capitolo VII, intitolato ‘Conversazioni’, con queste parole: ”Quel giorno la gentildonna veneziana di Palma il Vecchio fu scherzosamente pregata di uscire dalla sua cornice e di sedere a pranzo. La bella donna rispose col solito sorriso. Benché la mensa brillasse di argenti, di cristalli e di fiori, non valeva ad allettare lei, cresciuta fra magnificenze orientali. E poi, quale squallida comitiva di adoratori a’ suoi piedi!”.
Così, quel giorno, fu ospite insieme ai comm. Finotti e Vezza, al prof, cav. ing.Ferrieri e all’avv. Bianchi.

Gabriele D’Annunzio

Scrittore e uno dei maggiori esponenti del decadentismo europeo, nato a Pescara nel 1863 e morto a Gardone Riviera nel 1938. 

Chi fu attratto moltissimo dal dipinto di Palma, intitolato ‘La Violante’, che si trova a Vienna, fu Gabriele D’Annunzio che, molti anni dopo averlo visto, lo ricordava ancora con dei versi, all’interno delle sue ‘Prose di Ricerca’.

Ma è nella sua opera incompiuta ‘La Violante dalla bella voce’, composta da tre parti e che verrà pubblicata solo nel 1970, che il poeta presenta la protagonista come “la più bionda fra le donne di Jacomo Palma”, per poi arrivare a descriverne persino i lineamenti: “Violante!… Il riflesso della sua bellezza nell’arte di Palma e del Vecellio si propaga di tavola in tavola, di tela in tela…Quella biondezza più chiara che i paglieti palustri sotto il vento di mezzodì, quegli occhi simili a neri astri circonfusi d’un fuoco volatile, quella fronte aperta e liscia che scende dai sopraccigli senza inflettersi formando col naso una lineatura continua, quella bocca accesa e chiusa come il boccio del melograno, qual mento colmo, quel collo rotondo, quel petto raggiante…”.

Pier Paolo Pasolini

Anche dello scrittore, poeta e regista Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna nel 1922 e morto a Roma nel 1975, abbiamo una piccolissima citazione su Palma; la troviamo in una trasmissione radiofonica della Rai, del 1953, in una puntata dedicata al Friuli, terra d’origine della madre e dove visse dal 1943 al 1950.

Così recita Pasolini: “Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (se prende l’accelerato….) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima…”.

László Krasznahorkai

Da segnalare, infine, in ordine temporale, l’opera ‘The Bill. For Palma Vecchio, at Venice’, dello scrittore ungherese László Krasznahorkai (1954), premio Nobel 2025 per la Letteratura, pubblicata nel 2010, in cui, in un’unica frase di 14 pagine, l’autore si interroga sui motivi che stanno dietro alle scelte pittoriche di Palma, riguardanti le sue ‘Belle’.

Sebbene, secondo l’autore, Palma sia l’unico artista del tempo che nemmeno tocca le sue modelle, queste si dimostrano a disagio di fronte a lui.

Non comprendendo i motivi di questo atteggiamento, vuole scoprirne il motivo e, osservando l’artista che le fissa e le scruta incessantemente, capisce che tutto è dovuto al fatto che, il maestro, non si limita a dipingere i loro corpi, ma le guarda a fondo per far emergere il desiderio d’amore, che c’è dentro a ciascuna di esse e che rappresenta il vero soggetto dei suoi dipinti.   

Bibliografia

Palma il Vecchio di Giovanni Mariacher;
Milano, Bramante Editrice 1968.

Palma il Vecchio L’opera completa di Philip Rylands;
Milano, Arnoldo Mondadori Editore 1988.

Palma il Vecchio La diligente tenerezza del colore di Roberto Belotti e Silvana Milesi;
Bergamo, Corponove 2014.

Palma il Vecchio Lo sguardo della Bellezza di G.C.F. Villa;
Milano, Skira Editore 2015.

Palma L’invenzione della bellezza a cura di Giovanni C. F. Villa;
Milano, Skira Editore 2015.

Lotto, Palma e Tiziano La loro idea del Sacro di Marino Cavagna;
Bergamo, Corponove, 2022.