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Provenienza

Questo dipinto è appartenuto, tra gli altri, al Re di Francia Luigi Filippo, al Conte d’Aguilar e al Barone Taylor; dal 1857 è stato di proprietà di molte collezioni inglesi, fino all’acquisto, nel 1987, da parte del Museo Nazionale del Galles.

Analisi

Lo storico dell’arte tedesco Gustav Friedrich Waagen, nel 1857, definì questo dipinto “eccellente”, mentre il collega finlandese Tancred Borenius, nel 1939, lo ritenne “un capolavoro”.
Secondo Philip Rylands, non è chiaro il significato dell’opera; egli, infatti, non sa riconoscere la piccola figura indicata da Venere, sebbene riconosca che non sia un’aggiunta posticcia.

Tuttavia non è il solo visto che, pure il museo che lo possiede, non tiene conto di questa presenza e titola l’opera, come già Mariacher e lo stesso Rylands: ‘Venere, Marte e Cupido’; il sito online del museo arriva a ipotizzare che tale personaggio possa essere Apollo.

Insomma, per la critica odierna, il dipinto si limiterebbe a raffigurare la tresca amorosa tra Marte e Venere, come fatto pure da Botticelli, Paolo Veronese e Tintoretto.

Messaggio iconografico

In realtà, In base ai personaggi presenti sulla scena e per come sono stati raffigurati, l’intenzione di Palma sembra essere di tutt’altro genere; in tal caso, egli avrebbe proposto una novità assoluta per il panorama artistico del suo tempo, e non solo, mettendo a confronto il Dio incarnato con alcune divinità classiche ed esplicitando il proprio pensiero su questo argomento ed in particolare sul tema dell’amore.

E’ a favore di tale ipotesi il sapere che, nel 16° secolo, vi si trovavano ancora alcune forme di proselitismo nei confronti di alcune divinità classiche e che, probabilmente, questo era un tema ancora molto dibattuto e sentito; tanto è vero che, alla fine del XV secolo, a Venezia, centro dell’editoria mondiale, vennero stampate almeno 7 edizioni dell’opera ‘La città di Dio’, che Sant’Agostino scrisse più di mille anni prima, in cui troviamo proposto il confronto tra il Dio biblico e le divinità pagane, a partire da Giove.

In tal modo, il dipinto vedrebbe risolversi gran parte dei dubbi interpretativi, oltre a offrire un messaggio ben più importante e profondo di quello ipotizzato, dimostrandosi, inoltre, in linea con il dibattito culturale e religioso dell’epoca; passiamo ora ad analizzarlo, per verificare la coerenza e l’appropriatezza di tale interpretazione.

In primo piano abbiamo tre divinità classiche: Marte (Fig.1), dio della guerra, con alle spalle sia l’elmo che un’alabarda e Venere, dea della bellezza e della seduzione.

Infine Cupido (Fig.2), dio dell’amore, raffigurato, come di consueto, alato e munito di arco e frecce.

Come descritto da Omero nell’Odissea, Afrodite (Venere per i latini) non resiste ai corteggiamenti di Ares (Marte) e tradisce il marito Efesto (Vulcano).

In base alla scelta iconografica proposta, però, Palma sembra raffigurare questi personaggi, non per ricordare il suddetto rapporto amoroso, ma per dirci altro e molto più importante; infatti vediamo le due principali divinità pagane, con due indicazioni e raffigurazioni contrapposte.

Marte è seminudo e guarda languidamente la propria amata, quasi a volerla convincere e rassicurare che il suo amore per lei è talmente grande, da averlo indotto a deporre le armi; tuttavia, il gesto più significativo è quello che fa con l’indice della mano destra, col quale addita una scritta su una pietra.

Venere, invece, è vestita e, fissando Marte intensamente, risponde al suo gesto alzando la propria mano sinistra, ad indicare qualcuno in cielo.

Per come è raffigurato, non c’è ombra di dubbio che sia il Padre Eterno (Fig.3); infatti, lo vediamo secondo l’iconografia classica: anziano, barbuto, col mantello rosso e, come sempre fatto da Palma negli altri 3 casi in cui Lo ha dipinto, lo troviamo a braccia e mani aperte.

E’ peraltro da escludere che possa trattarsi di Giove o Apollo, come ipotizzato dagli studiosi, perché il primo viene solitamente rappresentato con la folgore o l’aquila, e il secondo con la lira o il sole.

A rafforzare tale ipotesi, Egli tiene tra le mani un cartiglio, simbolo della Parola e delle Scritture, ed in particolare a rappresentare il Vangelo, dove viene descritto il più grande amore possibile, quello di Dio nei confronti di tutta l’umanità.

Infatti, quello messo in pratica da Gesù, è più forte di ogni affronto, tanto da arrivare a perdonare persino i propri aguzzini, e sintetizzato magistralmente da Palma, con le braccia e le mani aperte del Padre Eterno, in segno di affetto e di misericordia.

Il fatto che il gesto di Venere con la mano, sia stato posto al centro della scena (Fig.4), dimostra l’importanza fondamentale che, Palma, ha voluto affidare ad esso e al personaggio indicato, per la comprensione del messaggio che egli voleva trasmettere.

Da notare come Palma tracci una diagonale che parte da terra, per raggiungere il cielo: dall’indicazione di Marte, al dito proteso di Venere, per finire alla figura del Padre Eterno col cartiglio a braccia aperte; qui sembra davvero essere racchiuso tutto il significato dell’opera.

Con il dito rivolto all’insù, Venere sembra quindi riconoscere, da un lato, l’illiceità del proprio comportamento, ma soprattutto, vuole far comprendere a Marte, e a tutti noi, come sia quello evangelico l’unico vero amore totalizzante e di cui esserne certi.

Mentre Marte indica la scritta sulla pietra, per dimostrare a Venere quanto è forte e incondizionato il suo amore per lei, o per ricordargli, come scritto da Omero, quanto è passionale, Palma invece, mettendolo a confronto con quello Divino, lo fa apparire fragile e impotente.

Dal canto suo anche Cupido, volgendo lo sguardo verso di noi e facendoci quindi suoi interlocutori, non può far altro che riconoscere la limitatezza e la fallacità del proprio agire.

Egli, infatti, ha un unico potere, quello di far scoccare la scintilla d’amore tra due persone, senza porsi il problema, per altro, se il risultato sia una cosa lecita o meno, come in questo caso.

E’ significativo che egli venga raffigurato disarmato, con in mano solo l’arco, dopo quindi aver già scoccato la freccia, che vediamo già nella mano destra di Venere; quanto era in suo potere l’ha già fatto, ora non può più nulla!

In definitiva Palma, con questa scelta iconografica, sembra voler dire che, non c’è nessun amore che possa competere con quello del Dio cristiano, il solo che meriti di essere preso a modello da ogni persona; infatti, quello delle divinità classiche, mostra i propri limiti e le stesse fragilità di quello degli esseri umani.

Mentre il primo è inscalfibile, il secondo è tanto debole da poter cadere nell’infedeltà o nell’impotenza.

Inoltre, lo sguardo di Venere rivolto a Marte, con la sua indicazione verso l’alto, così come il Cupido disarmato, potrebbe volerci pure dire che, l’unico vero amore capace di disarmare la guerra e pacificare l’anima non sia quello passionale, passeggero ed incostante, ma proprio quello rivelato dal Dio incarnato.

Tuttavia, la figura del Padre Eterno, protesa verso il basso con le braccia spalancate, non è certo un gesto di minaccia o di esclusione; in tal caso verrebbe espresso con una mano alzata in segno di stop o con il dito puntato del giudice.

Al contrario, è il gesto del Padre della parabola del Figliol Prodigo che riaccoglie l’umanità a braccia aperte; Palma, insomma, mostra un Dio che non è interessato tanto a giudicare severamente il comportamento umano, men che meno a distruggerlo, ma piuttosto vuole redimerlo ed elevarlo attraverso l’amore misericordioso.

Il fatto che Egli offra il proprio amore, anche sulla scena di una vicenda amorosa come quella tra Marte e Venere, sta a dimostrare come ogni persona possa contare, sempre, sull’amore e la vicinanza del Padre; infatti, il suo atteggiamento indica che la grazia e la salvezza sono offerte a tutti, persino alle divinità del mito (che qui personificano pure l’umanità ancora distante dalla vera fede).

Infatti Venere, indicando quel Dio misericordioso, non sta mostrando una punizione imminente a Marte, ma gli sta indicando una via di pace e di liberazione dalle catene dei conflitti, più o meno violenti, e dall’amore terreno in cui prevalga la prevaricazione e la concupiscenza.

Questa lettura trasforma l’opera di Palma da una fredda allegoria mitologica a un messaggio di speranza e riconciliazione, dove il sacro non cancella l’umano, ma lo abbraccia e lo guarisce con la Misericordia.

In conclusione possiamo dire che, questo dipinto, sebbene dagli esperti odierni venga sempre citato e ritenuto di genere mitologico, in realtà rappresenti il più grande atto di fede, nell’Amore e nella misericordia di Dio, che un artista potesse fare e si riveli, quindi, come un’opera di profonda riflessione spirituale.

E’ evidente, allora, come fosse più appropriato il titolo di ‘Amor divino e pagano’ che, nell’800, venne dato a quest’opera, rispetto a quello odierno, alquanto riduttivo e inappropriato.

Quest’opera rappresenta, infine, l’ennesima riprova e un’evidente sconfessione della tesi, secondo cui, Palma, sia stato un artista superficiale e povero d’inventiva, perché solo interessato ad una sterile proposta estetica. 

Infatti, chi altri, nel panorama rinascimentale, ha proposto un messaggio ed un confronto di tal genere?

Visto da vicino

Nelle prime due foto (Fig.5 e 6) vediamo l’elmo e l’alabarda, deposte da Marte alle proprie spalle, mentre nella terza (Fig.7) possiamo notare l’indicazione di costui verso una pietra epigrafata, ad indicare l‘amore passionale, ma infedele, come quello descritto e raccontato da Omero, che si contrappone all’indicazione di Venere (Fig.8), rivolta in alto verso il Dio incarnato, emblema ed esempio di Amore smisurato e più forte di ogni debolezza umana.

Infine, nelle ultime due foto, vediamo come le tre divinità classiche siano inserite in un paesaggio lussureggiante, alle prime luci dell’alba, in cui troviamo in lontananza un paese arroccato, con alle spalle un promontorio montagnoso (Fig.9) ed in basso due pastori con il loro gregge (Fig.10); tutti particolari, questi, tipici di Palma.

Bibliografia:

Palma il Vecchio di Giovanni Mariacher;
Milano, Bramante Editrice, 1968.

Palma il Vecchio L’opera completa di Philip Rylands;
Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1988.

Lotto, Palma e Tiziano La loro idea del Sacro di Marino Cavagna;
Bergamo, Corponove, 2022.

Amore Divino e amore profano
Dati tecniciOlio su telaDimensioni91,4 H x 137,0 L cmData esecuzione1518 (Rylands: 1518-20); (Fletcher e Holferton: 1520-25); Waagen, Borenius e Berenson: senza datazione)LocalizzazioneCardiff – National Museum of WalesShare